La quarta
funzione costituzionale dello Stato: la Sovranità Monetaria
Quando
la moneta era d’oro, lo stato aveva la sovranità monetaria perché la
moneta, sin dall’emissione, era proprietà del portatore. Dei
valori monetari partecipava tutta la collettività secondo il principio
della società organica che è la proiezione storica dell’apologo di
Menenio Agrippa: lo stomaco gode della sua funzione a parità di
condizioni con tutte le membra.
Con
l’avvento dello stato costituzionale, la quarta funzione dello stato è
stata assunta dai grandi usurai. Ciò spiega perché la Rivoluzione
Francese fu promossa dalla Banca d’Inghilterra e dall’eresia
protestante che entrò in Europa continentale non con la fondazione di una
“chiesa”, ma di una “banca”: la Banca Protestante presieduta dal
Necker, consigliere finanziario di Luigi XIV.
I
banchieri ben sapevano che il valore sta nel “tempo” non nello
“spazio”: è una “previsione” e non una “merce”,
tanto è vero che la moneta ha un valore arbitrariamente illimitato, anche
se il simbolo è di costo nullo (carta). Anche il valore dell’oro non
stava nel metallo, ma nella “previsione di poter comprare”.
Facendo
leva sul riflesso condizionato causato dall’abitudine secolare di dare
sempre un corrispettivo per avere denaro, le banche centrali hanno emesso
la moneta col corrispettivo del debito, cioè “prestandola”. In
tal modo i grandi usurai non si sono solo limitati ad espropriare i popoli
dei valori monetari, ma li hanno indebitati di altrettanto, caricando, sin
dall’origine, il costo del denaro del 200%. In tal modo le monarchie
cattoliche della vecchia Europa sono crollate perché trasformate da “proprietarie”
in “debitrici” del proprio denaro. I banchieri si sono comprati
i re, digiuni di cultura monetaria, con il corrispettivo del debito, cioè
“arricchendoli” di “moneta-debito”: la c.d. “moneta
nominale”.
Quando
la moneta era d’oro chi trovava la pepita se ne appropriava senza
indebitarsi verso la miniera e questa regola valeva per tutti: re, nobili
e plebei.
Con
l’avvento dello stato costituzionale, al posto della miniera sta la
banca centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della
proprietà il debito perché la banca emette moneta solo prestandola e la
moneta circola gravata del debito non dovuto al signoraggio bancario.
Con
un costo iniziale del denaro, all’origine, del 260% comprensivo di
capitale ed interessi, si è resa impossibile la puntualità dei
pagamenti. È nata così l’epidemia del “suicidio da insolvenza”
che non ha precedenti nella storia e che è il segno dell’avvento
dell’usurocrazia.
Le
vicende scandalose dei drammi economici, che hanno dilaniato la società
del nostro tempo, impongono ormai l’assoluta, inderogabile necessità,
di considerare nella costituzione la funzione monetaria dello stato. Fino
ad oggi ciò non era possibile perché mancavano i due cardini
fondamentali della scienza monetaria: a) la definizione del valore
monetario come valore indotto, e b) la legge della rarità
monetaria che, in sintesi, sono i seguenti: a)Il valore indotto
- Posto che ogni unità di misura ha la qualità corrispondente a ciò che
deve misurare, come il metro ha la qualità della lunghezza perché misura
la lunghezza, la moneta ha la qualità del valore perché misura il valore
e la qualità della rarità perché sono rari (economici) i beni di cui
misura il valore.. La moneta è pertanto misura del valore e valore
della misura che è il potere d’acquisto che basa sulla previsione
di poter acquistare (creata per convenzione come ogni misura) e non sulla riserva.
b) La legge della rarità monetaria. Poiché il prezzo di mercato
non è solo l’indice del valore dei beni, ma anche del punto di
saturazione del mercato – per cui il mercato è saturo quando i prezzi
tendono a coincidere con i costi di produzione - solo quando questa
coincidenza tende a verificarsi, occorre fermare sia la produzione dei
beni che l’emissione monetaria.
Su
questi fondamentali principi è possibile concepire la funzione monetaria
come quarto potere dello stato costituzionale perché consentono di
definire il “dover essere” dell’organo monetario.
All’attuale “arbitrio” dei governatori delle banche centrali
va sostituita la “discrezionalità tecnica” di una funzione
organica, esattamente definita ed eticamente e giuridicamente limitata e
finalizzata al bene comune, non a quello dell’usura.
L’emissione
e l’utilizzazione della moneta vanno programmate sulle finalità di
interesse pubblico e privato senza alcun problema di rarità perché –
liberata la moneta (con la scoperta del valore indotto) dall’equivoco
della riserva (peraltro abolita dal 15 agosto 1971) – l’emissione
monetaria va commisurata alla quantità dei beni e servizi misurati e
misurabili nel valore, considerando come tali, non solo i beni e servizi
esistenti, ma anche quelli previsti. La previsione dei beni producendi è,
di per se, un bene (Si pensi ad es. al valore di un brevetto).
Per
quanto riguarda la destinazione d’interesse pubblico, va evidenziato che
– dichiarata la moneta di proprietà dei cittadini – lo stato dovrà
trattenere all’origine quanto necessario per esigenze fiscali e di
pubblica utilità, liberando i contribuenti dal peso di milioni di ore di
lavoro banalmente distrutti per mere formalità contabili e
amministrative.
Merita
inoltre di essere evidenziato il comportamento delle banche centrali che
pretendono di vantare, come pubblico interesse, la destinazione a “riserva”
anche dei beni diversi dall’oro. La riserva aveva un significato
quando la banconota era convertibile in oro a richiesta del portatore. È
diventata ormai una ridicola sceneggiata, per mascherare la truffa
dell’emissione con cui la banca centrale consegue un arricchimento
parassitario pari alla differenza – duplicata dall’equivalente
prestito – tra costo tipografico e valore nominale della moneta.
Per
quanto riguarda la destinazione d’interesse privato, va precisato che ad
ogni cittadino spetta, all’atto dell’emissione, la sua quota di “reddito
monetario di cittadinanza”, in attuazione del disposto del 2° co.
dell’art. 42 della Costituzione, che prevede l’accesso alla proprietà
per tutti.
Si
realizza in tal modo un diritto della persona con contenuto patrimoniale,
non come elemosina di stato, ma come acquisto della proprietà, a titolo
originario, perché ogni membro della collettività contribuisce a creare
il valore convenzionale della moneta, per il solo fatto che l’accetta.
Col reddito di cittadinanza si finanziano i produttori, finanziando i
consumatori, che è l’unico modo razionale per evitare elargizioni di
moneta in base a scelte arbitrarie e clientelari.
Sostituendo
all’oro il simbolo cartaceo, la moneta nominale ha acquistato due qualità
tra loro in contrasto, anche se non incompatibili: la rarità
programmata ed il costo nullo che hanno dovuto operare
nell’esperienza della circolazione monetaria esasperando la separazione
culturale tra quelli che sanno: i padroni del signoraggio
monetario, e quelli che non sanno: gli altri.
In
conclusione, il quarto potere costituzionale deve essere concepito
sulla finalità di restituire allo stato la funzione monetaria ed al
popolo la proprietà della moneta. Questa riforma è diventata ormai
indispensabile per uscire dall’asservimento al “signoraggio
bancario” e dare inizio ad un regime di democrazia integrale in cui i
popoli non abbiano solo la sovranità politica, ma anche quella monetaria,
per vivere tempi nuovi a dimensione umana, liberi dall’angoscia
dell’insolvenza ineluttabile dei debiti non dovuti alla grande usura.
Fonte:
www.abruzzopress.it
|
Per ordinare i tuoi libri preferiti fai clic qui
|

Signoraggio.info

|