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  Il ruolo del Profitto

 

Si è discusso nel materiale del fatto che il Profitto, inteso genericamente come la differenza tra valore nominale e valore reale di un dato bene o servizio, non è in realtà vera Moneta proprio perché non rappresenta un valore reale ossia un valore creato con il lavoro. Ciononostante la sua presenza in un sistema economico non è contraria al concetto di vera Moneta come da noi definito.

 

 

Pur non essendo vera Moneta, infatti, esso in presenza di una vera Moneta è un valore creato (dal nulla) sulla base di un vero valore (la vera Moneta appunto): è cioè un valore indotto e non un valore originario (1). In altre parole, è un valore sociale e non istituzionale. Tale distinzione di per sé non nega però la possibilità dell'esistenza di tale valore sociale anche in presenza di una vera Moneta.(2)

 

La Moneta istituzionale, infatti, di per sé ha lo scopo di controllare la quantità di valore reale in circolazione (in quanto misura del valore) permettendo lo scambio di beni e servizi nella comunità (in quanto mezzo di scambio). E, dal punto di vista teorico, non nega la possibilità dell'esistenza di altri tipi di valore, non istituzionali. Ma, semplicemente, non li riconosce come veri valori.

 

Il Profitto, in altre parole, in presenza di una vera Moneta può essere riconosciuto come valore marginale ma non come valore sostanziale: valore quindi indotto dall'esistenza di un vero valore. In tal caso il Profitto, infatti, può esistere solo come conseguenza dell'esistenza del vero valore (costo di produzione) al quale esso si aggiunge e dal quale ha origine per creare un valore nominale.

 

Per tali motivi il Profitto, in presenza di una vera Moneta, rappresenta quel valore che crea moneta in eccesso nel sistema. Ed in caso di necessità (ad es. per controllare l'inflazione) è quel valore che l'organo pubblico dovrebbe eliminare dalla circolazione per riportare la moneta ad un valore stabile (vedi Moneta e Prezzi).

 

D'altra parte, di chi è la proprietà del Profitto generato in un sistema basato sulla vera Moneta?  Tale surplus monetario sarà di proprietà del produttore (3), allo stesso modo in cui il Signoraggio di una vera Moneta abbiamo detto essere di proprietà pubblica (vedi Proprietà della Moneta). E produttori sono tutti coloro che partecipano alla creazione del prodotto: capitalista (se presente) e lavoratori.

 

Nel caso di società o altri tipi di associazionismo non di capitale, il buon senso richiede che tutti i membri godano allo stesso modo dell'eventuale Profitto, dato che all'interno di un gruppo di lavoro il prodotto finale è il risultato di un lavoro collettivo, indipendentemente dal tipo di ruolo svolto dalle diverse parti.

 

Nel caso di società di capitale, il buon senso richiede che sia il capitalista sia i lavoratori godano dell'eventuale Profitto, ma non allo stesso modo. In particolare, un ottimo strumento per misurare le corrette quote spettanti alle diverse parti è il ROE (Return on Equity). Partendo dall'assunto della definizione stessa di ROE (4),   si può sostenere che una parte dell'utile dell'azienda deve essere suddiviso tra i soci/azionisti per la percentuale del ROE e la parte rimanente deve essere ripartita in ugual misura tra i lavoratori dell’azienda. Ad esempio, se il ROE è del 10%, allora il 10% dell’utile andrà agli azionisti ed il 90% dell’utile ai lavoratori.

 

Da un punto di vista non monetario bensì strutturale, possiamo definire il Profitto come la dimostrazione dell'esistenza di una falla nel sistema economico, falla che l'imprenditore nota prevedendo una discrepanza tra il valore presente dei fattori produttivi (il mercato sottovaluta il valore dei fattori produttivi nel presente) e quello futuro del prodotto o servizio finito. Il libero mercato tenderà poi ad aggiustarsi automaticamente sia a causa dell'aumento conseguente della domanda di fattori produttivi (dato che aumenta la produzione) e quindi del loro prezzo sia a causa dell'entrata di nuovi concorrenti interessati a sfruttare tale opportunità di profitto (ipotizzando che tale profitto sia maggiore del tasso di interesse, altrimenti nessuno tenderebbe a rischiare) con il conseguente abbassamento dei prezzi dei prodotti o servizi. La tendenza sarà quella di una caduta del profitto. Questo spiega come il libero mercato aggiusti da solo quella che è la vera falla del mercato (eccesso o difetto di moneta), evidenziata dalla presenza di un profitto (eccesso di moneta) o da una perdita (difetto di moneta). Ma fintantoché tale falla esiste, il Popolo in presenza di una vera Moneta (quindi di proprietà pubblica) può limitare il "danno economico" di tale falla tassando l'utile e diminuendo quindi la moneta in eccesso nel sistema (a tal proposito, vedi Vera Moneta).

 

In un sistema economico puro, tuttavia, tutti i tipi di valore esistenti devono essere misurati con una vera Moneta, evitando il "danno economico" creato dal Profitto: una creazione dal nulla (non istituzionalizzata) di un non valore economico che determina instabilità della moneta. E tale sistema economico puro per manifestarsi necessita di un sottostante sistema di valori puro, in sintonia con una corretta misura del valore (vedi Moneta e Sistema di valori).

 

 

 

 

 

Note:

 

(1) anche il valore istituzionale non è in realtà originario in termini assoluti, ma lo è comunque in termini relativi alla comunità in cui la relativa moneta è istituzionalmente creata.

 

(2) non si parla qui di compatibilità tra vera Moneta e Certificato monetario in quanto "valori originari" (che abbiamo già detto essere teoricamente incompatibili, vedi Compatibilità tra Moneta e Certificato monetario), bensì di compatibilità tra vera Moneta in quanto "valore originario" e Profitto (un tipo di Certificato monetario) in quanto "valore indotto".

 

(3) quanto detto deriva da due concetti basati sulla logica comune o buon senso (ma venuti meno nella moderna società capitalistica) secondo cui: 1) il produttore è il proprietario del proprio prodotto 2) il produttore è proprietario del frutto del proprio prodotto.

 

(4) Per stabilire l’utile da ripartire tra gli azionisti/soci occorre considerare il ROE (rapporto tra l’Utile netto del periodo considerato ed il Patrimonio netto del periodo precedente) che esprime la redditività del capitale proprio in termini di utile netto. Cioè quante unità di utile netto produce l’impresa per ogni 100 unità di mezzi propri investiti. Per tale motivo ben misura la reale quota di profitto spettante ai capitalisti, e per differenza quella spettante ai lavoratori.

 

E' l'indicatore che più interessa gli azionisti in quanto consente di valutare la redditività del capitale di rischio investito nell'impresa. Un'impresa, per poter attrarre nuovo capitale di rischio, dovrebbe fornire un ROE superiore ai tassi di rendimenti di investimenti alternativi. In ogni caso il ROE di una impresa non dovrebbe mai essere inferiore al tasso garantito per investimenti senza rischio. Al di sotto di tale limite, infatti, non sarebbe remunerato in modo congruo il rischio dei risparmiatori azionisti. In caso di perdita, il ROE è negativo. Questo significa che lo squilibrio economico è così grave da erodere i mezzi propri. Se il ROE è negativo, cioè in caso di perdita, l'utile ovviamente non va a nessuno.

 

 

28/9/2005

 

 

 

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